giovedì, febbraio 07, 2008

Le cose che non dico

...sono quelle che si fermano sulla punta della lingua, ma che non passan sulle dita, nella tastiera, poi sullo schermo, infine sul blog.

Restano ferme proprio lì, a metà tra l'aorta e l'intenzione, senza che si possano togliere dall'incastro in cui son finite. Perchè tu ci giri e ci rigiri, ci pensi, elabori. Sono alla fine i motivi dei miei numerosi e frequenti silenzi: sto zitto perchè penso. Penso a un sacco di cose. E mentre si pensa a ghirigori volanti impegnati in evoluzioni aeree uniche e speciali, mica si può parlare di altro! E allora si sta zitti.

Peccato che spesso, un po' per la mia memoria, un po' per la peculiare unicità di questi pensieri, vada tutto perduto. Mi ci vorrebbe una tastiera invisibile su cui prendere appunti per ricordarmi in seguito. Ma probabilmente anche se l'avessi, non scriverei in seguito nulla dei miei appunti: come le rose, certi pensieri vivono un giorno solo.



Per chi se lo chiedesse, in Polonia è andata benissimo. Forse è davvero un'esperienza che mi ha cambiato la vita, anche se sicuramente non nel modo che avrei potuto pensare. Sicuramente ci scriverò qualcosa. Ma ora no. Ora devo elaborare. Devo pensare, e pensarci.

lunedì, gennaio 28, 2008

about:blank

Per capire il titolo del post, scrivete "about:blank" nella vostro browser e vedrete apparire il significato.

Curioso che tradotto letteralmente significhi "riguardo a: una pagina bianca". Non tanto la parte della pagina bianca, quello ok, ma il "riguardo a". Come se ci fosse qualcosa da dire.

La mia vita al momento mi ricorda molto un about:blank, tu ci scrivi qualcosa nella tua barra degli indirizzi, ma non è che la ricerca sia particolarmente fruttuosa. Diciamo anzi un vero fiasco. Non spunta nulla di diverso da un foglio bianco.
Ma su un foglio bianco si scrive, no? Qualcosa s'ha pure da fare, sia anche solo creare arte incidendo la tela ancor bianca. E allora eccomi che parto per la Polonia, col Treno della Memoria, con uno di quei viaggi che hanno il sapore di quelli che ti cambiano la vita, e chissà che non capiti davvero. Insomma, sperare non costa nulla, no? L'unico ostacolo tra me e questa mia inconsuetudine è un po' di febbre, ma è un classico ammalarsi il giorno prima di partire. Se domani non sto troppo male parto lo stesso, altrimenti tutto all'aria. Tanto, Gippa, so che sei stato tu: mi hai lanciato le maledizioni perchè andavo in Polonia ettunnò. Beh, tiè, io ci provo lo stesso!

Mi porto anche un blocco per gli appunti, non si sa mai che un epico viaggio in treno di 22 ore mi ispiri a qualche cosa.


Ci vediamo tra una settimana. O tra 12 ora, chissà.

sabato, dicembre 29, 2007

Don't delete me

Poco fa (e contate che son le due e mezza di notte) mi è venuto un pensiero assurdo, e giuro che non sono neanche leggermente brillo.

Fino a qualche mese fa (fino a luglio compreso direi) giocavo ad un BBMORPG, che non è una pratica sadomaso ma un gioco multiplayer online col quale si gioca attraverso il browser, cioè Firefox (spero per voi) o Internet Explorer o qualsivoglia altra applicazione. Ad un certo punto però mi son stancato: il gioco era diventato estremamente ripetitivo, non aveva più stimoli, mi sono accorto che molta, moltissima della gente che giocava non era nè sportiva nè simpatica, quindi ho deciso che non ne valeva più la pena; oltretutto il gioco è in continuo sviluppo, e già quando ho cominciato a giocare io (Natale 2007) si parlava di imminenti modifiche che avrebbero migliorato lo sbilanciatissimo sistema di combattimento. Queste modifiche non sono tuttora arrivate, ma torniamo a noi. Complici le tre settimane forzate lontane dal computer causa vacanze (era un gioco che porvava via molto molto tempo se giocato in maniera intensiva) ho smesso di giocare e ho riscoperto oltretutto tempo di fare altre cose.
Una delle politiche del suddetto gioco, per liberare posti che potrebbero servire a nuovi iscritti, è quella di cancellare tutti gli account degli utenti che non accedono al gioco da più di 40 giorni. Io però in attesa delle suddette modifiche, un po' per curiosità un po' perchè mi dispiace lasciare un gioco su cui ho passato tanto tempo e lasciare quelle poche persone a cui mi ero affezionato (che ancora sento su messenger di tanto in tanto), ho deciso di tenere l'account "in vita" cercando di entrare nel gioco una volta ogni 40 giorni per evitare che vada perduto.
Il suo link è lì, in una cartella nella barra dei segnalibri dedicata, chiamata Pirates War, com'era prima che giocava, non l'ho toccata per nostalgia penso.

Così ogni tanto la vedo, e penso: "Oh sì, andiamo su Pirates War, così non mi cancellano l'account".

E oggi ho pensato, proprio prima di chiudere il browser: "Oh sì, andiamoci, così non mi cancellano l'account". Peccato che stessi pensando a questo blog.

Mi sento così schifosamente assenteista da associare mentalmente qualcosa a cui non gioco più, qualcosa da tenere in vita per qualcosa che verrà, a questo blog. Me ne vergogno come un ladro, ma il momento è stato quello. Un venire qua per non farmi cancellare quasi temendo che non ci sia futuro, pagine di un diario attaccate a un respiratore artificiale.
Un atto di eutanasia? Non ne sono capace. So che è ancora vivo.

Mi scuso con i lettori vecchi e nuovi, saltuari o meno, silenziosi o meno. Però vi prego, non cancellatemi. Siete voi che mi tenete in vita. Non cancellatemi, tenetemi in fondo ai vostri preferiti, magari chiamatemi "Google" o "Yahoo" così la gente non verrà a cliccare sopra a vedere cosa leggete. Ma non cancellatemi. Ho bisogno di voi.


Buon anno.

mercoledì, novembre 28, 2007

Siamo la coppia più bella del mondo

D'inverno i tossici, non so altrove ma sicuramente a Torino, si riconoscono appena spuntano all'orizzonte. A differenza di altre stagioni, l'inverno costringe a coprirsi più del solito, e più vestiti ci sono e più la stravaganza ha statisticamente possibilità di venir fuori. Vuoi perchè sono strafatti, vuoi perchè vivono in un mondo loro, vuoi perchè si sentono rifiuti della società e non importa loro nulla, che siano uomini o donne, li vedi girare con giacche fuori moda, stivali evidentemente caldi ma anche evidenti e basta, collant di colori raccapriccianti e cappelli che sembrano usciti dal guardaroba di una costumista di un finto documentario di serie B sul centro-sudamerica. Ma non è tanto il singolo elemento che risalta: spesso vediamo indumenti strani addosso a persone che per il resto paiono normalissime, forse solo un poco eccentriche. Quello che risalta è l'accostamento di forme e colori, accostamenti non brutti ma sicuramente impensabili a chiunque, non frutto di cattivo gusto ma di un gusto di non facile comprensione, presumibilmente non per chi non è nella loro condizione.
E se spicca uno solo in mezzo alla folla, figuratevi due.

Li vedo laggiù, che girano all'angolo dell'ennesimo incrocio ad angolo retto della città, uguale a tanti altri, e subito capisco di chi si tratta. Incontro non tanto rado, quando esco dall'Università: si tratta in fondo di una zona abbastanza malfamata, sede contemporaneamente di una comunità per disabili ma anche per disadattati e di un ospedale dove distribuiscono metadone o altri succedanei alla dipendenza, oltre a criminalità spiccia. Dicevo, li vedo che spuntano al fondo della strada, e già dai colori sfavillanti mi spunta un sorrisetto di simpatia sul viso. Si avvicinano a me mentre io mi avvicino a loro, e riesco a distinguere i capi di vestiario: entrambi indossano il suddetto cappello azteco o argentino o non so cosa nominato sopra (di cui non abbiamo una diapositiva ma conto che abbiate capito tutti) identici se non per il colore, uno rosso e uno blu, e il resto non lo ricordo perchè ero troppo attratto dall'eccentricità dei suddetti visti in coppia, ma erano abiti che nell'insieme davano un'immagine un po' grottesca ma più che altro affettuosa. Sono lì che li vedo sorridenti, mano nella mano, saldi e fermi che camminano nella direzione opposta alla mia. Avvicinatisi ancora un po', si conferma la loro natura: gli occhi un po' infossati e persi nel vuoto, il viso scarno ed emaciato, i denti scombinati, senz'altro tossicodipendenti o ora o nel breve passato.

Poco avanti a me c'è un uomo che, incrociandoli, alza il braccio e li apostrofa dicendo qualcosa tipo: "Eccoli qua, i nostri due amici!", e i due, sorridendo un po' imbarazzati, lo salutano di rimando. Ignoro nel modo più assoluto la natura del rapporto tra i due e l'uomo, anche se posso immaginare per quest'ultimo un lavoro nell'ospedale o nella comunità. Al momento in cui mi incrociano, sempre sorridenti, stanno di nuovo parlando di qualcosa che era per me di così poco interesse che non me ne ricordo per nulla, ma che intratteneva loro in una fittissima e impegnata conversazione, sempre col sorriso sulle labbra.

In quel momento, con i vestiti così fuori dal tempo, più specchio delle loro anime che non i loro corpi, comunque e imperturbabilmente col sorriso sulle labbra, mi è sembrato che cantassero la loro felicità all'unisono, pronunciando le famose parole: "Siamo la coppiaaa, più bellaaaa, del mondoooo... Eeee ciii, dispiaceee, per gl'altriiii...". Nella loro piccola vera finta gioia, che finirà magari due ore dopo, quando cominceranno a sentire delle avvisaglie dell'astinenza, non si rifiuteranno l'un l'altra delle occhiate sospettose perchè non vorranno dividere la prossima duramente procurata dose con il partner. O magari il loro è vero amore, eterno e puro, nato per caso in una condizione terribile come quella, e sopravviverà a qualsiasi avversità, anche a questa, e vivranno per sempre felici e contenti.

Chi può dirlo? Ma in quel momento mi son parsi davvero "la coppia più bella del mondo".



PS: prometto, la smetto di riciclare vecchi titoli di canzonette italiane come titoli dei post. Prometto.

lunedì, novembre 19, 2007

Se potessi avere mille post al mese

...senza esagerare, sarei certo di trovar tutta la felicità!

Così mi vien da cantare, mentre giro tra i blog di conoscenti o meno e leggo tutto quello che hanno da scrivere. Scrivono, scrivono, scrivono... Intensamente, dietro alle loro tastiere, davanti a un monitor chiusi in qualche stanza da qualche parte sul globo terracqueo. Sono lì, con cranio e cuore aperto, pieni di vita e di splendidi amore e sofferenza, traboccanti di emozioni da condividere con un amico o con un perfetto sconosciuto, tanto non ti conosce e se ti conosce questo sei tu, quello che metti nero su bianco, non hai nulla da nascondere.
Il problema (perchè c'è SEMPRE un problema, checché se ne dica) è che per poter mettere nero su bianco, bisogna avere qualcosa da mettere. Non sempre accade. Non a me almeno. Quindi mi trovo spesso a voler scrivere ma a non avere una mazza da scrivere perchè mi sento vuoto, senza emozioni, sempre in cerca e mai in sosta, pieno di scatole vuote se si escludono altre scatole vuote.

E dalla frustrazione di non saper scrivere, vengon fuori questi obbrobbri di autocommiserazione privi di senso e pieni di battaglie contro i mulini a vento. Cazzo, quanto odio la mediocrità.

mercoledì, ottobre 31, 2007

Ciao, mi dai il tuo numero?

Quante volte mi è capitato, in molti luoghi/momenti/situazioni ma in particolare sul pullman, di pensare di dire questa frase.

Sul pullman, dentro al quale regna un'atmosfera di stasi sociale ed emozionale tra i passeggeri, la sola comunicazione esistente è quella non verbale. Ad esempio parlano i nostri vestiti, il nostro taglio di capelli, la nostra gamma di espressioni, ciò che facciamo per passare il tempo... Siamo dunque allo stesso tempo meno comunicativi e più comunicativi: proprio come il cieco acuisce l'udito con l'esperienza dopo aver perso la vista, così una persona che si trova privata (per forza di cose) della comunicazione verbale, impara a sfruttare di più e a leggere maggiormente tutti quei segnali che mandiamo.

E allora, una volta ogni tanto, pare captare i segnali di una persona notevole. Notevole proprio perchè degna di nota: i segnali che manda si fanno notare, almeno da te. Questo vuol dire che le tacite parole che lei (ma anche lui, tuttavia in questo momento mi riferisco all'altro sesso) ha intenzione di comunicare sono ottimamente recepite da te, hanno un significato o un'interpretazione o una rilevanza al di sopra della norma. Può trattarsi di un qualsiasi tipo di segnale: la sciarpa portata ad un certo modo, una spilla sulla borsa o sullo zaino, il modo di stare seduti e accavallare le gambe, tutto.
Ma ciò che mi ammalia sempre più di tutti gli altri gesti sta nello sguardo. Gli sguardi, a bordo di un pullman di linea urbana o suburbana sono estremamente indicativi: proprio per la sopracitata stasi sociale ed emozionale, si tende ad isolarsi nei propri pensieri, a vagare in un mondo nostro che dovrebbe essere totalmente estraneo agli altri. Ed ecco che invece il prossimo, interessato ai segnali che mandi, vede il tuo sguardo e lo capisce. Lo interpreta. Lo decodifica.
C'è un'enorme rosa di sentimenti che si possono leggere negli occhi di un passeggero. A modo loro, sono tutti segnali che una persona manda più o meno consciamente al prossimo, in cerca di qualcuno con cui condividerli.

E quando, di tanto in tanto, si incrociano gli sguardi e ci si fissa negli occhi per qualche istante, e negli occhi di lei si incontrano una fierezza e una dolcezza senza fine, verrebbe davvero da dire, di punto in bianco: "Ciao, mi dai il tuo numero?". Cosí, sulla fiducia. Ci si conosce, si vede se si é compatibili. Se pu; nascere qualcosa. Sulla fiducia. Su uno sguardo.


Purtroppo in una società basata sulla sfiducia come la nostra, diventa troppo complicato rendere verosimile una risposta positiva ad una domanda del genere. Insomma, sarebbe possibile se tutte le persone del pianeta Terra fossero affidabili, molti non si muovessero con secondi fini e fossero privi di cattiveria e malizie nell'approcciarsi.
E' già pressoché impossibile fidarsi di uno che si siede accanto a te in università, figuriamoci di uno sconosciuto che ti si avvicina sulla linea urbana/suburbana 32.

giovedì, ottobre 04, 2007

Free Burma!

Non sono tipo da prendere parte a questo tipo di manifestazioni inter-sito su internet (un fiore per questo, una parola per quello..) perchè mi sa sempre tanto di opportunismo e moda collettiva, di altruismo volto all'autoelevazione... Ma voglio unire la mia voce in questo particolare frangente:


Free Burma!


Insomma, il loro mi pare un gesto che ha dell'eroico, diverso da altri che son stati spacciati per tali... Qui davvero non ci sono secondi fini di sorta, desiderio politico, voltafaccia vendicativi: sono persone che predicano povertà e ascetismo, e anche se magari ci sarà della corruzione pure tra di loro, la linea di fondo è corretta. "Noi non ci muoviamo contro lo stato: vogliamo che le condizioni di vita della popolazione migliorino". Tutto questo soffocato nel sangue e nel silenzio.

Spero di riuscire assieme ad altri a rompere un po' questo silenzio, riguardante un argomento già passato di moda nei telegiornali.



Free Burma!

What's the difference?

Riporto qui di seguito (tradotto dall'inglese) un breve passo di un testo trovato su internet, che spiega in un modo tutto suo come automigliorarsi e avere successo nella vita. E' scritto sottoforma di dialogo tra un "insegnante" (colui che spiega, insomma) e uno "studente" scettico che vuole imparare ma non è molto convinto.

...
Insegnante: "Che differenza c'è tra una persona veramente disponibile e generosa e un tizio che si limita a fare gesti generosi e disponibili tutto il tempo?"
Studente: "Uno dei due è un bastardo miserabile e bugiardo che in realtà non è per nulla buono, e che continua a fare roba che detesta per secondi fini?"
I: "Sì. Ma avrei accettato come risposta anche "un anno" ".
S: "Un anno?"
I: "E' più o meno il tempo necessario alla svolta, la differenza. Proprio così. Se ti attieni al bravo-scout e martire-che-di-più-non-si-può per un anno (talvolta anche sei mesi), sarà un meccanismo talmente ingranato che diventerà il nuovo te".
...

Questo pezzo segue e precede tutto il resto del messaggio, ma gran parte si focalizza qui, ricapitolato poco dopo con una frase: "Fingi abitualmente che qualcosa riguardo a te stesso sia vero, e quel qualcosa lo diventerà".

Ora, saltando sia il lato mistico sia il lato eccessivamente pratico, tutto ciò offre dei dati interessanti, o comunque un altro parere. Io sono sempre stato intimamente convinto che le persone possano cambiare: ho visto troppe cose strane attorno a me per pensare che dati comportamenti o azioni possano essere dati da semplici lati nascosti di una personalità o da distorsione personale degli eventi. Quelle persone (sto parlando in generale ora) sono cambiate da com'erano prima, perchè hanno affrontato difficoltà, si sono inasprite o addolcite, ma non sono com'erano prima. Non si tratta solo di esperienza, si parla soprattutto di dinamiche interne del cervello, della psiche, dell'animo, del modello comportamentale: ogni azione, con il suo ricordo e le sue azioni, incide sul nostro modo di fare in diverse misure.

Dimostrato (per assurdo) che le persone cambiano, è dunque possibile indurre un cambiamento volontario e mirato, orientato verso un obiettivo preciso? Questo messaggio propone un metodo che vanta di poterlo fare. Altro non è che l'estrazione più sintetica possibile del concetto di azione volontaria: se voglio apparire gentile, mi comporto volontariamente in maniera gentile. Insomma, non è un gesto che faccio in maniera spontanea, ma è "artificiale". Questa teoria dunque sostiene che una serie di gesti volontari, forzati e artificiali possano portare ad assimilare quei comportamenti come propri: così come le azioni di tutti i giorni (di molteplice natura e tipo) incidono in direzioni diverse e contrastanti nei nostri comportamenti, così se incidiamo e forgiamo con una serie di segnali tutti nella stessa direzione dovremmo riuscire a spingere le nostre azioni a rendersi spontanee verso ciò che vogliamo.

Dovremmo.



Prima di provare a mettere in pratica tutto questo, ci devo pensare un bel po'. Anche se penso che la lettura de "La Coscienza di Zeno" forzerà non poco la mia decisione. Nota bene: decisione, non proposito.